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Tears For Fears
| Biografia |
Sempre poco convenzionali anche nel loro approccio new wave quando esordirono nel 1983, i Tears For Fears tornano in maniera trionfale, dopo 9 anni di silenzio, con un album che rende onore al pop con un impronta palesemente beatlesiana, come si può notare già dalla title-track che apre il disco (e che ricorda in maniera impressionante "Sgt. Peppers"). E' un pop di qualità quello che Roland Orzabal e Curt Smith propongono ora, nel 2004, sempre poco legati alle mode e alle definizioni ma con tanta voglia di raccontare in maniera poetica e disimpegnata.
"Call me mellow" è forse l'unico brano prettamente radiofonico che per certi versi mi ricorda lo stile dei canadesi Crash Test Dummies senza ovviamente la voce baritonale di Brad Roberts, ma anzi con qualche falsetto accattivante. Una drum-machine introduce una malinconica "Size of sorrow", mentre un ritmo più sostenuto presenta "Quiet Ones", un brano che non vuole distaccarsi troppo dalle radici anni 80.
Le melodie sono quasi sempre vincenti e c'è spazio per un lento strappalacrime come "The Devil", così come per la disarmante semplicità di "Secret World", coadiuvata dalla pregevole presenza di archi ed ottoni. Atmosfere dark subentrano in "Killing with kindness" mentre "Last days on earth" chiude il disco con toni romantici quasi soul. I Tears For Fears non smentiscono il loro talento neanche in questa nuova veste ed "Everybody loves a happy ending" è un esempio di come il rock possa essere conturbante anche sotto le spoglie pop.
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