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Ben Folds Five
| Biografia |
Nella sua band del college, i Majosha, Ben faceva il bassista, ma poi ha messo mano al pianoforte.
Nei Five, dunque, Ben suona il piano, Robert Sledge il basso e Darren Jessee la batteria; tutti e tre responsabili dei cori.
Caleb Southern alla produzione.
La chitarra è completamente assente, sarà questo uno dei motivi della particolarità della musica del terzetto.
La quale, curiosamente, non ricorda quasi per nulla i forieri tirati in ballo: Elton John, Billy Joel, Joe Jackson, 10cc. O i più recenti Jellyfish e Wondermints.
Questo si deve alla particolare pulsione satirica dei Folds Five.
Una preziosa suggestione domestica, grinta e compattezza infuse dal post punk, sul piano formale (strumenti intenzionalmente sguaiati) e contenutistico (l'invettiva misogina nel brano Song for the dumped :“give my money back…you bitch! and don't forget…to give me back my black T-shirt!” o la rivincita contro i gufi di One angry dwarf…“now I'm big and important... Look who's telling who what to do! Kiss my ass good-bye”).
Questo fa suonare estranei, rende altri, leggeri, strumenti come archi, pianoforte, violoncello e viola.
L'esordio omonimo del 1995, per Caroline, è già un lavoro esemplare.
Il trio sconcerta (sorprende) la critica: merito di una freschezza e di un'energia inaudite in un disco pop.
In Folds la verve strumentale si mischia con l'umorismo nerd da debosciati. Il piglio cartoonistico è quello di Zappa e Rundgren.
Strumenti presi d'assalto, anche picchiati; vocalizzi che da armonici si fanno irriverenti, sgraziati e isterici.
In brani come Jackson Cannery, Julianne, Where's summer B?, Underground, tutti strepitosi, i Ben Folds Five sono i figli ribelli dei Beach Boys.
Verrebbe da definire l'esordio il migliore, il più essenziale lavoro di Folds. Non fosse per un secondo disco straordinario, di ricchezza e comunicativa imbarazzante, che quasi eclissa il primo: Whatever And Ever Amen.
Whatever And Ever Amen é una di quelle opere pop che riescono una volta ogni cinque o dieci anni.
Per bravura, ma anche per fortuna.
Fatto di una classicità insolita, devoto ma ribelle, monumento e insieme insulto alla musica e ai suoi elementi costitutivi.
Come e più dell'esordio, Whatever… è girandola floreale, zibaldone carnevalesco, celebrazione delle umane emozioni.
Whatever And Ever Amen convive fra differenze, avvicina opposti.
Europa e America, un ego scalmanato ed elegante assieme, gioia convulsa e voglia di abdicazione; istinti epidermici e amare riflessioni esistenziali si susseguono e si compenetrano senza sosta.
Regna un equilibrio quasi surreale: la malinconia si stempera con un senso di scherzo cialtrone, un senso del comico sfrenato, di “take it easy”, e ritornelli memorabili.
I colori del piano di Folds, le arie intonate, eleganti, miti e descrittive possono volgersi o spartire la scena con furibondi vortici lancinanti: intensità che variano con l'oscillante approccio strumentale del performer.
Il fracasso delle percussioni di Jessee, il basso grossolano di Sledge sono i migliori assistenti possibili.
Ciò porta a concepire il tipo di pop ibrido sofisticato, romantico e scalmanato di Selfless, cold and composed, e di Battle of who could care less.
La già citata One angry dwarf and 200 solemn faces è saggio della sregolatezza e dell'arte funambolica del trio, giunta a maturazione. Alla narrazione incalzante si affianca a una sbalorditiva fuga strumentale da virtuoso, che cita Gershwin, Jerry Lee Lewis e persino gli alchimisti del progressive.
La stregante melodia off-Broadway di Fair, il suo sentimentalismo, la soave fatalità (“but then all is fair, all is fair in love”), per via di quei cori languidi e glicemici, non fa prigionieri: è già nella leggenda.
Un senso tragico carveriano nella vicenda di Brick, una decisione irreversibile, un lirismo amaro e pungente (“and we drive/now that I have found someone/ i'm feeling more alone/than i ever have before”).
La devozione nelle ballate minimali e appartate Cigarettes ed Evaporated fanno pensare a un Randy Newman particolarmente toccante.
L'inno spensierato e trascinante di Kate, altro capolavoro melodico, gioiosa sarabanda felliniana che tramuta il sentimento amoroso nel desiderio di appropriazione fisica (“she's ev'rything i want/she's ev'rything i'm not…i wanna be Kate!”).
Missing the war e Steven's last night in town sono due festival di vocalismi armonici anni'60.
Chiude il disco una divertentissima hidden track realizzata verosimilmente, dati i contenuti, all'oscuro del buon Folds.
Dopo questo album, la Biografia non autorizzata di Reinhold Messner, una raccolta di rari e live (Naked Baby Photos, allestita a cavalcare l'onda del successo), e un curioso progetto dal nome Fear Of Pop, il circo lascia la città.
D'ora innanzi la bilancia umorale di Folds penderà di netto verso un pensoso disincanto realista, ancora in grado di meravigliare, ma a disagio con quello che fu il suo modo di essere pop. |
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