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Alan Sorrenti


 

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Biografia
Alan Sorrenti è un cantautore napoletano di origine gallese, noto ai più per i suoi lavori più commerciali (pezzi in stile dance come l'hit "Figli delle stelle" o canzonette melodiche come la fortunatissima "L'unica donna per me"). Ma negli anni in cui "Pawn Hearts" dei Van der Graaf Generator rimaneva al primo posto nella penisola per mesi vendendo oltre 800 mila copie, Sorrenti ebbe anche e soprattutto una carriera di raffinato cantautore rock di chiara matrice psichedelica/progressiva, che molti videro direttamente ispirata ai lavori di Tim Buckley o Peter Hammill. I rapidi cambiamenti del pop italiano e, secondo quanto risulta da cronache dell'epoca, il manifestarsi di problemi alla voce che gli impedivano di compiere certe evoluzioni, soprattutto dal vivo, gli fecero cambiare strada.

Dapprima tentò la pur nobile strada dell'interpretazione seria dei classici della canzone napoletana nell'Lp omonimo, ma era un campo in cui aveva concorrenti di maggiore spessore (Murolo aveva raccolto il meglio di 600 anni di tradizione popolare e colta - Donizetti, Bellini, Mercadante, Vincente Galilei sono alcuni degli autori di questi classicissimi - in un lavoro enciclopedico e filologico dal titolo "Napoletana" solo 10 anni prima per intenderci) e il suo cantato hammilliano male si adattava a opere che richiedevano per tradizione un'impostazione lirica. Poi si avventurò nella carriera che tutti conoscono, ebbe un brevissimo periodo di successo commerciale, i suoi pezzi divennero il "tormentone" di un paio di estati italiane e poi fu dimenticato. Da musicista italiano di punta della Harvest e accompagnatore dei Pink Floyd in tourneé il nostro è passato alla storia come il re delle discoteche, riesumato pochi anni or sono in una desolante apparizione con Cugini di Campagna e altri ignobili personaggi della scena pop italiana dei 70 in una trasmissione televisiva di Claudio Baglioni dedicata al revival degli anni 70.

Una lunga suite omonima e tre canzoni compongono il suo album d'esordio Aria (1972), capolavoro del pop italiano. Musicisti di eccezione per questo disco, tra i quali spicca la stella Jean Luc Ponty (violinista jazz allievo di Grappelli e virtuoso riconoscibile nei capolavori orchestrali di Zappa e della Mahavishnu Orchestra) che dà un contributo fondamentale alla suite che occupa interamente la prima facciata del lavoro. Sfruttando tematiche care al progressive italiano (ambientazioni dark-fantasy con tanto di castelli, monasteri, foreste e ampie distese d'erba, l'amore fra un cavaliere e la sua principessa, l'idea del sogno o dell'allucinazione in cui l'autore si perde) Sorrenti costruisce un'atmosfera che subito coinvolge l'ascoltatore a partire dagli arpeggi di chitarre spagnoleggianti di Nazzaro e Paratore e agli improvvisi vocalizzi accompagnati da innesti free-jazz del piano di Albert Prince e da essenziali fraseggi di violino. Le ambiguità su cui si basa il testo (il dualismo aria-atmosfera/nome della donna amata) trasportano l'ascoltatore in un mondo caotico e sfuggente, che culmina nel delirio erotico finale (sono io il tuo corpo/sono io l'universo/nel tuo fiume sto scivolando/aria sto impazzendo) dove un lungo e frenetico solo di violino, con virtuosismi degni di colui che lo suona, e l'esplosione ritmica di Tony Esposito riportano il protagonista alla realtà (io sento che io io io io/io ti sto/ io ti sto perdendo). Per dare solo un'idea dello stile canoro della suite basta pensare che ognuno degli "io" dura circa 6-7 secondi e in tutto il brano si ripresentano variazioni su ogni vocale allungata in maniera ossessiva, con un notevole uso della dinamica all'interno della stessa parola, ma il tutto sempre funzionale alle esigenze del testo e della musica. Le atmosfere allucinate sono rese in un modo tale da non apparire eccessive o "datate" (come avviene per esempio in "YS" del Balletto di Bronzo) ma comunque con sobrietà, e questo spiega il notevole fascino che la suite ha ancora oggi, a 30 anni di distanza.



Il secondo lato, non memorabile come "Aria", ma sempre di altissimo livello, si segnala con un primo momento più rilassato e con un uso del cantato meno "estremo" e più riposante nella struggente ballata folk "Vorrei incontrarti" e con una ripresa finale nel lisergico "La mia mente" e in "Un fiume tranquillo", riconducibile ad uno stile sinfonico più tradizionale. All'epoca molti videro echi di Buckley o di Hammill in questo lavoro e sicuramente non sbagliarono (il lungo vocalizzo che segna la fine del disco altro non è che un chiaro omaggio al cantautore californiano e sembra quasi un campionamento di "Starsailor"), ma sbaglia chi riduce il disco a una banale riproposizione dello stile canoro di Buckley e non riconosce il contributo originale dell'autore. Il cantare sorrentiano è diverso sia per limiti tecnici (non aveva una estensione fuori dal comune) sia per esigenze espressive, e si profila piuttosto come un'evoluzione moderna dello stile canoro tipico della canzone napoletana con tutte quelle vocali allungate (soprattutto le finali) e tenute con ardite ed efficaci modulazioni per alcuni secondi, e non sbaglia chi vede anche assonanze con alcuni elementi tipici della tradizione del "bel canto". Forse anche la stupefacente e sconosciuta suite "Volo magico numero 1" di Rocchi può considerarsi musa ispiratrice di questo lavoro . Uniche pecche sono alcune ingenuità nei testi, che però ben si fondono con l'atmosfera del disco e non stonano nell'insieme.



Come un vecchio incensiere all'alba di un villaggio deserto (1973), secondo disco di Alan Sorrenti, vede Tony Esposito alla batteria e percussioni e David Jackson dei Van Der Graaf Generator al flauto. Dato il grande successo commerciale e di critica del primo lavoro, la Harvest spinse il musicista a sfornarne un altro in tempi brevissimi fornendogli ancora una volta dei sessionmen di notevole valore. Inferiore per ispirazione, l'album ha testi più equilibrati ma è carente di momenti memorabili, tranne la bellissima canzone d'amore "Serenesse" (forse il suo pezzo più valido) e la validissima ballata psichedelica "Angelo". La suite che dà il titolo al disco si apre con una lunga introduzione (10 minuti) psichedelica/free jazz, con improvvisazioni vocali su una base di vcs3 e chitarra slide, per poi continuare per altrettanti dieci minuti con una cantilena ossessiva e monotona che delude chi cercava gli spunti lirici e le atmosfere di "Aria". Per i collezionisti va ricordato che nella ristampa è stato aggiunto l'interessante singolo "Le tue radici" come bonus track.



L'antologia I successi, Miami, Le Radici e altre raccolte con titoli fantasiosi degli anni Novanta contengono i singoli commerciali di fine anni 70. Radici ha almeno il merito di contenere i brani più "facili" dei primi tre dischi e il singolo omonimo.



 

 



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